Consiglio Regionale delle Chiese

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Un messaggio congiunto per la cura del creato

Per oltre un anno abbiamo tutti sperimentato gli effetti devastanti di una pandemia globale: tutti, poveri o ricchi, deboli o forti. Alcuni sono stati più protetti o più vulnerabili di altri, ma la rapida diffusione dell’infezione ha comportato che dipendessimo gli uni dagli altri nei nostri sforzi per stare al sicuro. Abbiamo compreso che, nell’affrontare questa calamità mondiale, nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti, che le nostre azioni davvero influiscono sugli altri e che ciò che
facciamo oggi influenza quello che accadrà domani. Non sono lezioni nuove, ma abbiamo dovuto affrontarle di nuovo. Non sprechiamo questo momento. Dobbiamo decidere che genere di mondo vogliamo lasciare alle generazioni future. Dio comanda: «Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30, 19). Dobbiamo scegliere di vivere in modo diverso; dobbiamo scegliere la vita. Settembre viene celebrato da molti cristiani come Tempo del Creato, un’opportunità per pregare e prendersi cura della creazione di Dio. Mentre i leader mondiali si apprestano ad incontrarsi a Glasgow a novembre per deliberare sul futuro del nostro pianeta, preghiamo per loro e riflettiamo su quali sono le scelte che tutti dobbiamo compiere. Perciò, come guide delle nostre Chiese, esortiamo tutti, quale che sia la loro fede o visione del mondo, a cercare di ascoltare il grido della terra e delle persone povere, esaminando il proprio comportamento e impegnandosi a compiere sacrifici significativi per il bene della terra che Dio ci ha donato. L’importanza della sostenibilità Nella nostra comune tradizione cristiana, le Scritture e i santi offrono prospettive illuminanti per comprendere sia le realtà del presente sia la promessa di qualcosa di più grande di ciò che viviamo al momento. Il concetto di custodia — di responsabilità individuale e collettiva per la dote che ci ha dato Dio — costituisce un punto di partenza essenziale per la sostenibilità sociale, economica e ambientale. Nel Nuovo Testamento leggiamo dell’uomo ricco e stolto che accumula una grande abbondanza di grano, dimenticando che la sua vita è limitata (Lc 12, 13-21). Sentiamo del figliol prodigo, che prende prima la sua eredità solo per sperperarla e finire affamato (Lc 15, 11-32). Veniamo messi in guardia dall’adottare opzioni a breve termine, in apparenza poco costose, di costruire sulla sabbia invece di costruire sulla roccia perché la nostra casa comune resista alle tempeste (Mt 7, 24-27). Tali racconti ci invitano ad adottare una visione più ampia e a riconoscere il nostro posto nella lunga storia dell’umanità. Però abbiamo preso la direzione opposta. Abbiamo massimizzato il nostro proprio interesse a scapito delle generazioni future. Concentrandoci sulla nostra ricchezza, scopriamo che i beni a lungo termine, tra cui l’abbondanza della natura, vengono consumati per il vantaggio a breve termine. La tecnologia ha dischiuso nuove possibilità di progresso, ma anche di accumulazione di ricchezza illimitata, e molti di noi si comportano in modi che dimostrano scarsa preoccupazione per le altre persone o per i limiti del pianeta. La natura è resiliente, e tuttavia delicata. Stiamo già assistendo alle conseguenze del nostro rifiuto di proteggerla e preservarla (Gn 2, 15). Ora, in questo momento, abbiamo un’opportunità per pentirci, per voltarci con determinazione, per dirigerci verso la direzione opposta. Dobbiamo perseguire generosità e correttezza nei modi in cui viviamo, lavoriamo e usiamo il danaro piuttosto che il guadagno egoistico. L’impatto sulle persone che convivono con la povertà L’attuale crisi climatica dice molto su chi siamo e su come vediamo e trattiamo il creato di Dio. Ci troviamo dinanzi a una giustizia severa: perdita di biodiversità, degrado ambientale e cambiamento climatico sono le conseguenze inevitabili delle nostre azioni, poiché abbiamo avidamente consumato più risorse della terra di quanto il pianeta possa sopportare. Ma ci troviamo anche di fronte a una profonda ingiustizia: le persone che subiscono le conseguenze più catastrofiche di tali abusi sono quelle più povere del pianeta e che hanno avuto meno responsabilità nel causarle. Serviamo un Dio di giustizia, che si compiace nella creazione e crea ogni persona a Sua immagine, ma che ascolta anche il grido delle persone povere. Perciò c’è in noi una chiamata innata a rispondere con angoscia quando vediamo questa ingiustizia devastante. Oggi ne stiamo pagando il prezzo. I disastri atmosferici e naturali estremi degli ultimi mesi ci rivelano nuovamente con grande forza e con un grande costo umano che il cambiamento climatico non è soltanto una sfida futura, ma anche una questione di sopravvivenza immediata e urgente. Inondazioni, incendi e siccità diffuse minacciano interi continenti. I livelli dei mari aumentano, costringendo intere comunità a trasferirsi; cicloni devastano intere regioni, rovinando vite e mezzi di sussistenza. L’acqua è diventata scarsa e le scorte di cibo sono incerte, causando
conflitto e dislocazione per milioni di persone. Lo abbiamo già visto in luoghi dove le persone dipendono da proprietà agricole di piccola scala. Oggi lo vediamo nei Paesi più industrializzati, dove anche le infrastrutture sofisticate non possono impedire completamente la distruzione straordinaria. Domani potrebbe andare peggio. I bambini e gli adolescenti d’oggi si troveranno di fronte a conseguenze catastrofiche se non ci assumiamo adesso la responsabilità, come «collaboratori di Dio» (Gn 2, 4–7), di sostenere il nostro mondo. Sentiamo spesso di giovani che comprendono che il loro futuro è minacciato. Per il loro bene, dobbiamo scegliere di mangiare, viaggiare, spendere, investire e vivere in modo diverso, pensando non solo all’interesse e ai guadagni immediati, ma anche ai benefici futuri. Ci pentiamo dei peccati della nostra generazione. Siamo al fianco dei
nostri fratelli e sorelle più giovani in tutto il mondo in devota preghiera e azione impegnata, per un futuro che corrisponda sempre più alle promesse di Dio. L’imperativo della cooperazione
Durante la pandemia abbiamo capito quanto siamo vulnerabili. I nostri sistemi sociali hanno ceduto e abbiamo scoperto che non possiamo controllare tutto. Dobbiamo riconoscere che i modi
in cui usiamo il denaro e organizziamo le nostre società non hanno beneficiato tutti. Ci ritroviamo deboli e ansiosi, sommersi da una serie di crisi: sanitaria, ambientale, alimentare, economica e sociale, che sono tutte profondamente interconnesse. Tali crisi ci pongono dinanzi a una scelta. Ci troviamo nella posizione unica di decidere se affrontarle con poca lungimiranza e speculando o se coglierle come un’opportunità di conversione e trasformazione. Se pensiamo all’umanità come a una famiglia e lavoriamo insieme per un futuro
basato sul bene comune, potremo ritrovarci a vivere in un mondo molto diverso. Insieme possiamo condividere una visione della vita in cui tutti prosperano. Insieme possiamo scegliere di agire con amore, giustizia e misericordia. Insieme possiamo camminare verso una società più giusta e appagante, con al centro coloro che sono più vulnerabili. Ma questo comporta fare dei cambiamenti. Ognuno di noi, individualmente, deve assumersi la responsabilità di come vengono usate le nostre risorse. Questo cammino esige una collaborazione sempre più stretta tra tutte le Chiese nel loro impegno di prendersi cura del creato. Insieme, come comunità, Chiese, città e nazioni, dobbiamo cambiare rotta e scoprire nuovi modi di collaborare per abbattere le tradizionali barriere tra popoli, smettere di competere per le risorse
e iniziare a collaborare. A quanti hanno responsabilità più grandi — a capo di amministrazioni, gestendo aziende, impiegando persone o investendo fondi — noi diciamo: scegliete profitti incentrati sulle persone; fate sacrifici a breve termine per salvaguardare il futuro di tutti noi; diventate leader nella transizione verso economie giuste e sostenibili. «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Lc 12, 48).
Questa è la prima volta che noi tre ci sentiamo costretti ad affrontare insieme l’urgenza della sostenibilità ambientale, il suo impatto sulla povertà persistente e l’importanza della cooperazione mondiale. Insieme, a nome delle nostre comunità, facciamo appello al cuore e alla mente di ogni cristiano, di ogni credente e di ogni persona di buona volontà. Preghiamo per i nostri leader che si riuniranno a Glasgow per decidere il futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Ancora una volta ricordiamo la Scrittura: «Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30, 19). Scegliere la vita significa fare sacrifici ed esercitare autocontrollo. Tutti noi — chiunque e ovunque siamo — possiamo avere un ruolo nel modificare la nostra risposta collettiva alla minaccia senza precedenti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Prendersi cura del creato di Dio è un mandato spirituale che esige una risposta d’impegno. Questo è un momento critico. Ne va del futuro dei nostri figli e della nostra casa comune.

1° settembre 2021 Patriarca Ecumenico Papa Arcivescovo di Canterbury
Bartolomeo Francesco Justin


da L’Osservatore Romano n. 202, mercoledì 8 settembre 2021
Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana
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Bartolomeo: i passi per l’unità? Teologia e dialogo della vita

Papa Francesco e il patriarca Bartolomeo I

Questa intervista con Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, nasce nel contesto di una collaborazione giornalistica avviata da tempo da alcuni giornali europei di ispirazione cristiana. In questo caso il percorso è stato intrapreso insieme da Avvenire, con Stefania Falasca, con due quotidiani di ispirazione protestante, l’olandese Nederlands Dagblad, con il giornalista Anders Ellebaek Madsen, e il danese Kristeligt Dagblad con Hendro Munsterman.

Santità, sono oggi trent’anni del suo ministero come patriarca ecumenico di Costantinopoli. Come guarda a questo tempo trascorso, in particolare agli incontri ecumenici che ha potuto avere con tre pontefici romani e con i capi di altre Chiese cristiane?
Per tutto ciò che ha concesso alla mia umile persona in tutte le circostanze della mia vita glorifico Dio. Non sono mai stato un sostenitore di un’ortodossia introversa. La missione della Chiesa è la testimonianza del Vangelo e la trasformazione del mondo in Cristo, che ovviamente non si ottiene con l’indifferenza verso di esso o con il suo rifiuto. Come patriarca ho lottato per la stabilità e l’unità dell’ortodossia, per il dialogo interculturale, interreligioso, intercristiano, e ho intrapreso molte iniziative per la protezione dell’ambiente naturale, per la pace e la solidarietà, per il rispetto dei diritti umani, il primo dei quali è la libertà di religione, sempre attingendo alla sorgente inesauribile della tradizione ortodossa. E la promozione dell’unità dei cristiani è un fatto che per tutta la mia vita ho considerato di centrale importanza.

Il cristianesimo si trova oggi tra gli anniversari simbolici dei 500 anni della Riforma protestante (2017) e i 1.700 anni del Concilio di Nicea (2025). A che punto è oggi il cammino ecumenico compiuto dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli?
Il 2020 ha segnato il 100° anniversario della storica enciclica del patriarcato ecumenico sull’unità dei cristiani. Questa enciclica è stata giustamente caratterizzata come “la carta costituzionale” del Movimento ecumenico. Sulla sua base, e con la cooperazione delle denominazioni protestanti, il Consiglio ecumenico delle Chiese fu creato nel 1948. Questo ha avvicinato i cristiani; ora si conoscono bene, intraprendono azioni comuni di carità e solidarietà, producono e approvano importanti testi teologici, sostengono i cristiani in difficoltà, e non solo. Il patriarcato ecumenico non si limita a partecipare agli eventi ecumenici, ma è un membro fondatore e contributore centrale della Wcc. Per il 500° anniversario dall’inizio della Riforma luterana (1517-2017), il patriarcato ecumenico ha partecipato a vari eventi e attività. Di particolare importanza simbolica è il fatto che nel 1981, 400 anni dopo la fine dei contatti teologici per corrispondenza tra Tubinga e il patriarca ecumenico Geremia II Tranos, è iniziato il dialogo teologico ufficiale tra la Federazione luterana mondiale e tutta la Chiesa ortodossa. Quest’anno celebriamo il quarantesimo anniversario di questo importante dialogo. Il modo migliore per celebrare questo anniversario è continuare il dialogo teologico e il dialogo della vita con serietà e sincerità.«Amore per Dio e per il prossimo
Ciò che ci unisce è più grande
di ciò che ci mantienein una mera abitudine di separazione»

Come, secondo lei, deve svolgersi il dialogo ecumenico?
A mio avviso il dialogo ecumenico deve svolgersi a tre livelli: a livello di contatti fraterni personali, di iniziative comuni e di cooperazione dei capi delle Chiese cristiane. In secondo luogo, nel contesto molto esigente dei dialoghi teologici, ai quali è stata data un’importanza speciale durante il nostro tempo, e dove sono stati fatti notevoli progressi. Il terzo livello è il “dialogo della vita”, la comunicazione, la convivenza, la solidarietà dei cristiani nelle società contemporanee, dove il “diverso” non è più una questione di “distanza”, ma di vicinanza e prossimità quotidiana. Il “dialogo della vita” facilita anche la ricezione delle decisioni e delle realizzazioni dei primi due livelli. Questo dialogo è alimentato dalla preghiera al Fondatore della Chiesa perché ci illumini a dare spazio agli altri, senza aver paura di alterare la propria identità.

Lei ha stabilito una fratellanza molto stretta con l’attuale successore di Pietro. Dalla sua elezione ha avuto molti incontri con papa Francesco che sembrano aver aperto una nuova prospettiva nel dialogo cattolico-ortodosso. Può spiegare le ragioni di questa sintonia e come vanno intesi questi passi?
Quando papa Francesco è stato eletto ho deciso di partecipare alla sua cerimonia d’inizio di pontificato in Vaticano. Da allora, sono legato a Sua Santità da vincoli fraterni. Ci siamo incontrati una decina di volte. Abbiamo molti interessi comuni, sensibilità e intenti comuni su questioni sociali, come la protezione dei nostri simili che sono nel bisogno, i poveri, i rifugiati, la promozione della pace e della riconciliazione, il dialogo interreligioso, la protezione del creato. Naturalmente, la questione del cammino verso l’unità e il progresso del dialogo teologico rimangono di importanza centrale nelle nostre relazioni. Ci siamo incontrati a Gerusalemme nel 2014 per commemorare il 50° anniversario dello storico incontro, nel 1964, del patriarca Atenagora con papa Paolo VI nella Città Santa. La fiducia reciproca tra me e il Papa, la volontà comune di superare gli ostacoli e di accelerare il cammino verso l’unità desiderata, gli incontri personali, le dichiarazioni comuni, sono tutti contributi preziosi al più ampio sviluppo delle relazioni tra le nostre Chiese. E qui, naturalmente, si applica il principio cristiano: l’uomo lotta e Dio benedice e perfeziona la lotta. Il futuro – compreso l’impegno per l’unità – è nelle mani di Dio.

Al suo ritorno da Gerusalemme nel 2014, dove ha incontrato papa Francesco al Santo Sepolcro, lei ha immaginato un incontro con diverse Chiese cristiane nel 2025 a Nicea, diciassette secoli dopo il primo Sinodo veramente ecumenico, dove fu emesso il Credo. Pensa ancora che questo evento sia possibile? Ci sono preparativi in corso? Può essere un’opportunità per avvicinarci come cristiani?
Certamente, l’anniversario dei 1.700 anni dal Primo Concilio ecumenico di Nicea nel 2025 può servire come occasione per le Chiese cristiane di riflettere sul loro cammino, sugli errori del passato, così come del presente, e di intraprendere un percorso ecumenico più determinato, capitalizzando le lezioni di più di un secolo di esperienza ecumenica moderna. Il primo Concilio ecumenico di Nicea è un simbolo, una stazione, una svolta nella storia del cristianesimo, non solo perché ha formulato il Credo, ma anche perché ha emesso 20 canoni. Nicea offre, quindi, un’occasione unica per una valorizzazione della nostra comune eredità canonica del primo millennio e per un esame dell’importanza del diritto canonico come strumento per la promozione del dialogo ecumenico. I canoni, infatti, sono componenti essenziali della ricerca di un accordo a livello di dottrina, che è stato finora il focus principale e dominante nel discorso ecumenico contemporaneo. L’“ecumenismo giuridico” è stato l’aspetto trascurato del nostro dialogo teologico. L’imminente anniversario è un appello a tutti i cristiani a considerare che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci mantiene in una mera abitudine di separazione. L’unità dei cristiani e l’approccio comune ai grandi problemi moderni non è solo una richiesta attuale, ma anche un comando del Fondatore della Chiesa. I grandi anniversari ci ricordano questa verità.

Dal riconoscimento dell’autocefalia (autogoverno ecclesiale) della Chiesa ortodossa di Ucraina, sono sorte tensioni tra il patriarcato di Mosca e il patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Da allora, anche altre tre Chiese autocefale hanno riconosciuto la Chiesa di Ucraina. Come risposta, il patriarcato di Mosca ha rotto ogni condivisione eucaristica con queste quattro Chiese. Si può parlare di scisma nella Chiesa ortodossa?
Non c’è scisma nell’ortodossia. L’ho detto e lo ripeto ora. C’è una visione diversa da parte della Chiesa di Russia sulla questione ucraina, che si è manifestata nella cessazione della comunione con la Chiesa madre di Costantinopoli e poi con le altre Chiese autocefale armonizzate con la decisione del patriarcato ecumenico di concedere l’autocefalia alla Chiesa di Ucraina. Secondo la nostra valutazione, questa è stata un’azione sbagliata della Chiesa sorella di Russia. Quindi, insisto, non c’è scisma nell’ortodossia. Purtroppo, però, la teoria dello “scisma” proviene da alcuni rappresentanti della Chiesa russa. Essi indulgono all’allarmismo nel tentativo di giustificare l’atteggiamento di questa Chiesa di interrompere la comunione eucaristica con qualsiasi Chiesa autocefala e con qualsiasi primate o gerarca che non sia d’accordo con essa. Chi, dunque, crea una tale atmosfera? A quale scopo? L’ortodossia, nonostante i problemi occasionali che sorgono tra le sue Chiese autocefale locali, nonostante i diversi approcci alle questioni amministrative, rimane unita, perché non ci sono differenze dogmatiche. Dopo tutto, la nostra unità si basa sull’insegnamento dogmatico consolidato della Chiesa, che è espressione della comune tradizione patristica e sinodale, dinamicamente vissuta nell’evento eucaristico.

L’unità ortodossa non è quindi minacciata dalla risposta del patriarcato ecumenico alla richiesta degli ortodossi ucraini…
Nella questione ucraina abbiamo fatto lo stesso che negli altri casi di concessione dell’autocefalia. Abbiamo seguito la tradizione dell’ortodossia, stabilita dalla secolare pratica ecclesiastica. Ricordo che Costantinopoli aveva già concesso, prima dell’Ucraina, l’autocefalia ad altre nove Chiese locali. Oggi, naturalmente, alcuni per fini egoistici, negano questo fatto evidente. Ma coloro che mettono in discussione i diritti e le responsabilità del patriarcato ecumenico stanno, in sostanza, mettendo in discussione la loro stessa esistenza e identità, la struttura stessa dell’ortodossia. Il patriarcato ecumenico, come primo Trono dell’ortodossia, avendo un’esperienza concentrata di secoli, fedele alla tradizione canonica della Chiesa ortodossa, ha sempre combattuto, nel quadro delle sue responsabilità, per la conservazione dell’unità pan-ortodossa. È caratteristico che tutte le nuove Chiese locali, fino al momento in cui hanno ricevuto la loro autocefalia, facevano parte della giurisdizione spirituale e canonica della Chiesa costantinopolitana. Eppure, di fronte alla conservazione dell’unità dell’unica Chiesa ortodossa e alla realizzazione delle condizioni storiche e delle necessità di ogni epoca, il patriarcato ecumenico si è occupato della concessione canonica dello status di autogoverno, affinché queste Chiese locali potessero regolare i loro affari interni in modo indipendente, ma indissolubilmente legato alla loro Chiesa madre di Costantinopoli. Così è successo anche nel caso dell’Ucraina. Se Mosca avesse mostrato la volontà di collaborare, rendendosi conto delle condizioni storiche, sociali ed ecclesiastiche emergenti, la questione sarebbe stata risolta molti anni fa. Per tre decenni Mosca è stata ostentatamente cieca di fronte alla tragica situazione ecclesiastica di quel Paese. Ha essenzialmente impedito che si trovasse una soluzione affinché Kiev, che la Chiesa di Russia aveva sottratto alla Chiesa di Costantinopoli – approfittando di circostanze e situazioni storiche – non sfuggisse al controllo di Mosca. La concessione di uno status autocefalo alla Chiesa di Ucraina da parte del patriarcato ecumenico era, quindi, non solo ecclesiologicamente e canonicamente corretto, ma anche l’unica soluzione realistica del problema. E, naturalmente, non è stato, come insinuato da alcuni, per servire convenienze politiche o addirittura interessi geopolitici. È stato un atto di responsabilità della madre Chiesa verso milioni di nostri fratelli ortodossi che si sono trovati, senza alcuna colpa, fuori dalla Chiesa.

Dallo scisma tra Oriente e Occidente dell’undicesimo secolo molte Chiese ortodosse si sono trasformate in Chiese nazionali con confini ecclesiali che si allineano a quelli civili. Questo, secondo lei, è una minaccia per l’unità interna della Chiesa ortodossa?
Il Grande Concilio del 1872 a Costantinopoli ha condannato l’etnofiletismo come una grave ferita nel corpo della Chiesa, come eresia. L’ingresso del nazionalismo nella Chiesa porta all’allontanamento dalla cattolicità della Chiesa e abolisce il principio della sinodalità. Si tratta di un vero e proprio “rovesciamento di valori”. Qui la Chiesa viene giudicata in base ai suoi servizi alla nazione e allo Stato. È inconcepibile che la nazione sia dichiarata fattore decisivo della vita ecclesiastica, che la Chiesa pronunci un discorso etnocentrico, si allei con movimenti politici nazionalisti, sacrifichi l’ordine canonico in nome della nazione, neghi il proprio riferimento escatologico e si identifichi con la cornice storica di ogni tempo.

La fede ortodossa può favorire nazionalismi?
La vera fede ortodossa è impossibile che sia una fonte di nazionalismo. Ovunque appaia il nazionalismo in un contesto ortodosso, esso ha altre radici e motivazioni. Inoltre, la Chiesa ortodossa rispettava le caratteristiche culturali particolari dei popoli evangelizzati e sottolineava la cattolicità della comunità ecclesiastica locale, indipendentemente dalla sua identità nazionale e linguistica. Lo studioso bizantino sir Steven Runciman, nella sua ultima intervista prima della sua morte disse che «l’ortodossia è una soluzione eccellente alla questione dell’unità dei popoli, poiché non favorisce affatto il nazionalismo». Il patriarcato ecumenico, pur essendo nel vortice dei nazionalismi, non si è arreso e mantiene il suo carattere sovranazionale.

Il movimento ecumenico moderno è iniziato più di un secolo fa. Fin dall’inizio, le Chiese ortodosse sono state molto coinvolte, tuttavia alcuni credenti ancora oggi si rifiutano di pregare con cristiani di altre confessioni. Perché c’è resistenza sulla via della piena comunione? Cosa c’è da perdere o da difendere?
Nel mondo ortodosso oggi ci sono vari gruppi che esprimono uno spirito anti-ecumenico estremo e caratterizzano l’ecumenismo come una “pan-eresia”. Il Santo e Grande Concilio della Chiesa ortodossa svoltosi a Creta nel 2016 ha condannato tutti coloro che «con il pretesto di mantenere o presumibilmente difendere la vera ortodossia» rompono l’unità della Chiesa (Relazioni della Chiesa ortodossa con il resto del mondo cristiano, § 22).

Quali modi possono consentire una più piena partecipazione ortodossa al cammino dell’unità dei cristiani?
Non c’è altro modo di andare verso l’unità se non attraverso un dialogo onesto. La mia opinione è che ciò che minaccia la testimonianza della Chiesa non sono l’apertura e il dialogo, ma la chiusura e l’introversione. Per la Chiesa ortodossa, lo scopo generale dei dialoghi ecumenici è stato chiaramente definito dal Santo e Grande Concilio: «È chiaro che nei dialoghi teologici il fine comune di tutti è la restaurazione finale dell’unità nella vera fede e nell’amore». La Chiesa ortodossa, attraverso la sua partecipazione ai dialoghi ecumenici, non ha mai accettato un compromesso su questioni di fede. L’unità, che è fondata sulla Verità, è e rimane desiderata.

Con l’introduzione del matrimonio omosessuale in diverse Chiese e l’ordinazione delle donne al ministero ecclesiale, tuttavia, la distanza tra le Chiese protestanti e le altre Chiese sembra sia aumentata. Come è possibile avvicinarci di nuovo gli uni agli altri?
Siamo preoccupati per queste questioni, che sono il risultato degli sviluppi sociali moderni e di una percezione ipertrofica dei diritti individuali. La pratica di alcune denominazioni cristiane e Chiese in questa materia, crea divisioni anche all’interno di queste comunità, come nel caso degli anglicani, della vecchia Chiesa cattolica e dei luterani. È un fatto che oggi i disaccordi su questioni antropologiche e morali creano nuove difficoltà nei rapporti tra le Chiese. Ciò che viene accettato da un punto di vista sociologico, antropologico, psicologico, non diventa automaticamente accettabile e normativo per la Chiesa. La Chiesa ha la sua antropologia, la sua fede nella santità della persona umana. La verità è il criterio nella vita della Chiesa. Come si dice teologicamente, nel cristianesimo «l’uomo non è un esperimento. È un essere definito in termini di origine e destinazione».

Papa Francesco nell’esortazione “Evangelii gaudium” ha indicato le Chiese ortodosse come modello di sinodalità. Pensa che, per servire l’unità visibile e universale della Chiesa, la “Prima Roma” avrebbe bisogno di più sinodalità e collegialità e la “Seconda Roma” (Costantinopoli) avrebbe bisogno di un primato più efficace?
La moderna discussione sulla struttura sinodale della Chiesa, la comprensione e l’applicazione nella pratica del principio della sinodalità, è un’importante conquista teologica. Un aspetto centrale della sinodalità è la sua connessione essenziale con l’ecclesiologia eucaristica. Non solo ci sono eccellenti studi ecclesiologici per comprendere il ruolo del “protos” (primus) nella Chiesa su questa base, ma anche la Commissione internazionale congiunta per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa ha ampiamente lavorato sulla questione del “primato” e della “sinodalità”. La domanda posta, se la Nuova Roma (non la “Seconda Roma”, poiché non c’è mai stata una “Prima Roma”, ma la “Roma Anziana”) avrebbe bisogno di un primato “più efficace”, non affronta correttamente la questione. Il ruolo del patriarca di Costantinopoli è definito da canoni, ed è stato finora esercitato, sempre nel quadro di questi canoni, in modo efficace. Le controversie sull’efficacia o la non applicazione derivano da un’errata interpretazione dei canoni, di solito a favore di chi lo fa. Coloro che mettono in dubbio il ruolo del patriarcato ecumenico nell’Ortodossia introducono una nuova ecclesiologia instabile. Come abbiamo affermato molte volte, il patriarca ecumenico non può avere “pretese papali”, perché non abbiamo bisogno di un “Papa” per il funzionamento della sinodalità. La sinodalità è indissolubilmente legata non al papato, ma al primato, perché non c’è Sinodo senza un primus. Questa è un’esigenza di fede ortodossa e non solo di convenienza canonica.

Nel suo Paese, la Turchia, la conversione di Hagia Sophia in moschea è stata vista come una minaccia per una società turca pluralista dove i cittadini di diverse religioni – e tra questi le diverse minoranze cristiane – possono vivere in pace e godere della libertà religiosa?
La trasformazione di Hagia Sophia in moschea ci ha rattristato. Il fatto che Hagia Sophia abbia funzionato dal 1453 al 1934 come moschea non nega il fatto che sia stata costruita come chiesa e che per nove secoli sia stata il tempio cristiano più importante del mondo. Crediamo che la decisione di riconvertire questo monumento in moschea abbia inviato al mondo il messaggio sbagliato sull’importanza e la possibilità della pace e della cooperazione tra le religioni e sul valore del dialogo interreligioso. Invece di essere considerata un simbolo della conquista della città da parte dei turchi ottomani, Hagia Sophia potrebbe essere proiettata, in modo più autentico, come un simbolo della coesistenza pacifica di diverse tradizioni, della solidarietà e del dialogo. Lo stesso vale per la riconversione del monastero di Chora (Kariye) in moschea.

Quali sono le azioni specifiche – oltre alla preghiera – che lei incoraggerebbe da parte delle Chiese europee di fronte alla persecuzione dei cristiani in molte aree del Medio Oriente?
Il Santo e Grande Concilio di Creta ha discusso questo problema e ha condannato inequivocabilmente la persecuzione e l’uccisione di membri di comunità religiose, la coercizione a cambiare fede, la distruzione di templi e simboli religiosi e altri monumenti culturali. Ha espresso la preoccupazione delle Chiese per la situazione dei cristiani in Medio Oriente e ha invitato i governi della regione a proteggere la popolazione cristiana in questa culla della nostra fede. Il Concilio ha sottolineato che essi hanno «il diritto inalienabile di rimanere nei loro paesi come cittadini con pari diritti» (Enciclica, § 18). Crediamo che la questione dell’intolleranza religiosa e della violenza in nome di Dio e della religione debba essere al centro dell’attenzione nei dialoghi interreligiosi. Le religioni devono sviluppare il potenziale di pace e fraternità insito in esse. La pace, a cui si riferiscono, non è solo una pace interna, ma riguarda anche la pace e la giustizia nella società e nelle relazioni tra le religioni.

Secondo lei, da cosa dipende oggi la credibilità delle religioni?
Oggi la credibilità delle religioni è ampiamente giudicata dal loro contributo alla lotta per la pace. Non è accettabile che le religioni, forze di pace e riconciliazione, possano essere fanatiche e divisive. Per raggiungere la pace non bastano né il progresso della scienza, né lo sviluppo economico, né la comunicazione via internet. Noi cristiani, nel ministero della pace e nella lotta per la giustizia, abbiamo il dovere supremo di mostrare l’unità inseparabile dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo.

Chi è

Il patriarca ecumenico Bartolomeo I, al secolo Dimitrios Archontonis, è nato nell’isola di Imbro, in Turchia, il 29 febbraio 1940. Dopo i primi studi nella stessa Imbro e il liceo-ginnasio si è laureato presso la facoltà teologica di Chalki a Costantinopoli. Nel 1961 è stato ordinato diacono. Dal 1961 al 1963 ha svolto il servizio militare nell’esercito turco. Dal 1963 al 1968 ha conseguito specializzazioni post-universitarie presso l’Istituto Orientale della Pontificia Università Gregoriana, l’Istituto Ecumenico di Bossey (Svizzera) e l’Università di Monaco di Baviera. Ha conseguito il dottorato presso l’Istituto Orientale di Roma discutendo la tesi dal titolo “La codificazione dei Canoni e dei Decreti canonici nella Chiesa ortodossa”. Di ritorno a Costantinopoli nel 1968 è stato nominato vice-rettore della Facoltà teologica di Chalki. Il 19 ottobre 1969 è stato ordinato presbitero. Eletto metropolita di Filadelfia nel Natale del 1973, è rimasto direttore dell’Ufficio patriarcale particolare fino alla sua elezione a metropolita di Calcedonia nel gennaio 1990. Il 22 ottobre 1991 è stato eletto all’unanimità dal Santo Sinodo, arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e patriarca ecumenico.
Tra le innumerevoli opere e attività svolte ha presieduto sette sinassi dei primati delle Chiese ortodosse tenutasi a Costantinopoli e Gerusalemme e Sofia. Ha organizzato e ha partecipato a diversi incontri internazionali e interreligiosi per promuovere la pace e la protezione del Creato in tutto il mondo (e a motivo di questo suo speciale impegno la Pontificia Università Antonianum lo scorso 21 ottobre gli ha conferito il dottorato honoris causa). Nel 2014 in occasione della festa di sant’Andrea ha ricevuto al Fanar a Costantinopoli papa Francesco. Con lui e l’arcivescovo ortodosso di Atene Geronimo II Il 16 aprile 2016 aveva visitato il campo di Mòrias sull’isola di Lesbo, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dei profughi.

Stefania Falasca sabato 13 febbraio 2021 per Avvenire

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